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Approvate dal Parlamento Europeo le direttive del pacchetto “20-20-20” destinate ad inaugurare una nuova fase nella lotta ai cambiamenti climatici e a delineare nuovi scenari sul fronte energetico
Le sorprese dell’ultima ora, che qualcuno temeva ed altri auspicavano, non ci sono state. Recependo totalmente le soluzioni di compromesso faticosamente raggiunte a Bruxelles durante il summit dei 27 capi di Governo, il Parlamento Europeo ha approvato a larghissima maggioranza (610 voti favorevoli, 60 contrari e 29 astensioni) il pacchetto clima-energia dell’Unione Europea, rimandandolo al Consiglio Europeo per quella ratifica formale che lo renderà operativo.
Si conclude così una vicenda iniziata nel marzo 2007 quando il Consiglio, facendo proprie le proposte formulate dalla Commissione, coniò la formula del “20-20-20” per indicare gli obiettivi da assumere per l’anno 2020 nei tre campi ritenuti strategici per le sorti del clima:
-- quello dell’efficienza energetica, per il quale si proponeva un aumento del 20%
-- del maggior contributo delle fonti rinnovabili, da portare al 20% del totale dei consumi energetici
-- dell’abbattimento delle emissioni di gas ad effetto serra, da conseguire anch’esso nella misura del 20%.
Un risultato importante in un momento difficile
Aver portato a compimento questo percorso, sia pure con passaggi e modalità di compromesso che recepiscono richieste specifiche avanzate da diversi Paesi, è un risultato estremamente significativo, che rilancia il ruolo di leadership dell’Unione Europea nella lotta ai cambiamenti climatici. Tanto più in un momento di gravissima crisi economica e finanziaria che, investendo anche l’Europa, ha fatto riaffiorare paure e interessi nazionali, pesando non poco sul negoziato.
I punti di vista anche contrapposti di numerose delegazioni, accompagnati in alcuni momenti da minacce più o meno velate di “far saltare il tavolo delle trattative”, hanno riempito le cronache delle scorse settimane. L’Italia in particolare - ritenendosi penalizzata da alcune scelte – si è adoperata per una maggiore protezione dei comparti industriali più a rischio sul piano della competizione internazionale. E in tal senso ha visto soddisfare buona parte delle proprie richieste, riuscendo a tutelare gli interessi nazionali senza compromettere o indebolire (è questa la convinzione dei principali responsabili governativi che hanno condotto le trattative) la strategia europea per la difesa del clima.
Per il mondo ambientalista «si è imboccata la strada giusta», anche se «si poteva fare di più». Ma pure le scarse critiche passano in secondo piano di fronte allo sforzo che l’Unione Europea ha prodotto per trovare punti fermi di intesa tra i 27 Governi. In primo luogo quelli relativi agli obiettivi stessi del “pacchetto” che, come era stato ripetutamente affermato dalla presidenza francese e dal presidente della Commissione Europea, José Barroso, durante le fasi più delicate della trattativa, non potevano più essere “negoziabili”.
La vera partita si gioca ora sull’innovazione
La piena conferma degli obiettivi posti dall’Unione Europea, in questo difficile momento economico, serve infatti a mantenere ben salda la barra del timone verso una nuova era energetica che punta al superamento dell’economia del petrolio e ad uno scenario di innovazione tecnologica accelerata. Nello stesso tempo, serve a tenere viva la speranza di “agganciare” a questi stessi obiettivi anche i Paesi extraeuropei che maggiormente contribuiscono alle emissioni climalteranti. A cominciare dagli USA dove il nuovo presidente ha già avuto modo di manifestare le sue idee innovative in materia di politica energetica e la sua volontà di avvicinarsi all’Europa nella lotta ai cambiamenti climatici.
«Il messaggio che oggi l’UE lancia al mondo – ha dichiarato il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo - è quello di una volontà chiara e di un impegno serio per la lotta ai cambiamenti climatici. Un impegno che punta anche alla promozione di tecnologie e di attività economiche legate allo sviluppo sostenibile, alle energie pulite, alle fonti a basso contenuto di carbonio. L’Italia raccoglie il testimone di questo impegno apprestandosi alla guida del G8 che, confidiamo, avrà un ruolo decisivo nella costruzione di un’intesa globale che coinvolga anche USA, Cina, India e gli altri Paesi che emettono una grande quantità di gas serra. La validità e la forza dell’impegno europeo si misureranno sulla nostra capacità di realizzare un accordo mondiale sul clima, un accordo capace di stimolare lavoro e crescita economica in tutti i Paesi, consolidando e rafforzando l’Occidente e supportando in maniera finalmente incisiva e nuova i Paesi emergenti e i Paesi poveri nel loro giusto processo di sviluppo».
Ma proprio in relazione a queste prospettive il difficile comincia ora, soprattutto per un Paese come l’Italia. Perché è rilevante lo sforzo che il nostro Paese dovrà compiere per recuperare il ritardo accumulato nel taglio delle emissioni previsto dal Protocollo di Kyoto. E perché tutti i grandi Paesi si stanno attrezzando al salto tecnologico che appare indispensabile per vincere la sfida energetica.
Un sfida, dunque, che l’Italia dovrà raccogliere senza remore ed esitazioni, con un approccio ben più concreto di quanto non abbia fatto finora. Non solo per contrastare la diffusa opposizione alla realizzazione di nuovi impianti e nuove tecnologie, ma soprattutto per recepire in modo corretto e tempestivo le direttive europee negli ordinamenti nazionali, in particolare per quanto riguarda la prevista semplificazione delle procedure autorizzative.
L’esperienza ricorda che non sarà facile tradurre le direttive comunitarie in efficaci norme nazionali e regionali. Ma non c’è tempo da perdere, perché la direttiva va recepita entro marzo 2010. E lo stesso 2020 è poi praticamente “dietro l’angolo”, con i suoi obiettivi da centrare, e, in caso contrario, multe salate da pagare.
di Angelo Cipro
Newsletter ENEL Ambiente - Numero 119 - Anno 2009 Giovedì 8 gennaio 2009
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